I'm a mess {and you're just worse}

When you leave me for no reason, I'll give you a reason

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When the sky turns gray and everything is screaming
harleen313
Titolo: When the sky turns gray and everything is screaming
I will reach inside just to find my heart is beating
Beta: p_will e akinera
Disclaimer: Alas, non sono il signor Disney e queste sono tutte menzogne.
Raiting: NSFW
Pairing(s)/Personaggi: Dr Facilier/Lottie La Bouff
Sommario: “Allora, principessa,” disse con voce bassa bassa, “che ne dici? Una seconda opportunità per un povero peccatore pentito?”
Parole: 6249 (FDP)
Warnings: vaghissima dub-con, vaghissima threesome… è la sagra dei warning vaghissimi.
Note: Scritta per il prompt del Cow-t “pomeriggio” e per il prompt del p0rnfest “affama la mia anima”.
Boh, evidentemente è l’anno del crack e della Disney.
Il titolo è preso da "Bleeding out" degli Imagine Dragons. Yay! Anche questa fic non ha titoli che inneggiano alla necrofilia \O/



Conosceva la viziatissima La Bouff. Certo che la conosceva: quale idiota in tutta New Orleans non aveva sentito parlare di lei almeno una volta? I suoi capricci, le sue urla, le sue pretese, tutto. Facilier non faceva eccezione: e per quanto i suoi amici sarebbero potuti tornare comodi, in certi frangenti, aveva semplicemente deciso che stringersi nelle spalle e tirare dritto anche quando la tentazione di ficcare un fazzoletto in bocca a quella fontana gorgogliante capricci si faceva troppo forte per poter essere ignorata fosse la linea migliore d’azione. Tramare nell’ombra è preferibile che rischiare la galera, e mettersi contro La Bouff padre era molto più inquietante che non una cosetta come era stata vendere la propria anima ai suoi amici.
Non era un rapporto tanto brutto quanto qualcuno avrebbe potuto immaginare; certo, non avrebbe ammesso ad alta voce nemmeno sotto tortura che quando lo avevano trascinato con loro al cimitero era stato tutto fottutamente terrificante, ma avevano risolto. Alla fine, erano riusciti a giungere a un compromesso.
Facilier si grattò la nuca e sentì la pelle squamarsi immediatamente dietro l’orecchio e lasciargli le dita umide di umori e sangue rappreso; odiava quella specifica parte dell’accordo, ma non era riuscito a mercanteggiare niente di meglio. E poi diciamolo: putrefarsi un pochino fino al raggiungimento della quota anime necessaria a saldare il debito era un prezzo onesto.
I bassifondi di New Orleans non gli erano mai sembrati tanto invitanti: barboni la cui scomparsa non avrebbe pianto nessuno, ladri e ubriaconi. Alcuni erano addirittura tutte e tre le cose insieme. Si sentiva come un bambino il giorno di Natale, mentre camminava per il vicolo umido; i suoi piedi facevano cic-ciac sulle pozzangere create dalla pavimentazione irregolare, col pomello del bastone teneva il tempo battendo sui muri scrostati dal vento e dall’incuria, e accarezzava sconosciuti contando mentalmente a ritroso: mille e novantanove, novantotto, novantasette…
Collezionare anime era sorprendentemente facile: bastava un buffetto, una pacca… a volte non credeva nemmeno di stare toccando effettivamente una persona, ma lo vedeva. L’alone dorato che sprigionavano le sue dita era il segno che tutto stava andando bene.
Mille e sessantacinque, sessantaquattro, sessantatre.
Le urla giungevano soffocate da un palazzo poco distante; Facilier piegò la testa di lato e in poche falcate fu sotto la finestra a origliare una coppia litigare di bollette da pagare, debiti sempre più imponenti e sempre meno soldi.
“Bada a come mi parli, donna, o io…”
“Tu cosa? Mi affogherai nel whiskey? Sei sulla buona strada, da quante bottiglie ne compri!”
Chissà, magari entro la serata avrebbe potuto fare un favore alla morte in persona e collezionare un’anima al suo posto.
…In effetti, quella era un’amicizia che avrebbe tenuto parecchio a coltivare.
La coppia continuava a urlare, e il pensiero andò fin troppo velocemente a tutt’altra coppia che di sicuro se la stava passando molto meglio di loro, di Facilier e di tanti altri. Pensò di poter collezionare le anime di Naveen e Tiana, ma lasciò perdere l’idea nell’istante stesso in cui si formulò pienamente nella sua testa: quale idiota, una volta sconfitto, decide di tornare all’attacco?
Per cosa, poi? Un’anima valeva l’altra, e Facilier era solo impaziente di saldare il proprio debito e tornare ai propri affarucci senza dita dei piedi nascoste tra le pieghe delle lenzuola perché staccatesi nel sonno.
I suoi arti stavano bene dove stavano: attaccati al suo corpo, grazie tante.
Accarezzò una prostituta in vena di fare amicizia e la rimandò dal proprio protettore, non prima di aver graziato anche lui di una calorosa stretta di mano. Passarono due poliziotti e uno sconosciuto in completo elegante, che gli lasciò perfino qualche spiccio.
Mille e ventitre, ventidue…
Non sapeva quanti giorni erano passati né quanta strada avesse percorso a piedi; ma i vicoli dei quartieri poveri si assomigliavano tutti, e i palazzi erano così alti che il sole non filtrava mai pienamente e non si capiva se era giorno o sera. Facilier si guardò attorno e stiracchiò le lunghe braccia verso l’alto, facendo scrocchiare le dita; una falange non resse alla pressione e gli si rivoltò totalmente sul dorso della mano, e dovette rimettersela in sede con un brusco strattone.
Dei ragazzini gli sfrecciarono al fianco e gli fecero mancare una gamba; letteralmente, sentì il ginocchio fare crack e vide l’osso piegarsi all’indietro rispetto alla naturale curva.
Centosei, centocinque, centoquattro, centotre.
Non si scusarono per averlo fatto cadere; a malapena si girarono verso quel povero storpio con la gamba menomata, ma una volta attirata l’attezione su di lui era difficile distoglierla. Probabilmente fu per quello, che non videro il filobus che stava per sfrecciare.
Facilier represse un ghigno e si impose di raddrizzare anche quella frattura. Aveva smesso di perdere pezzi, almeno; certo era che le ossa fragili erano molto, molto più seccanti. Ma quando i ragazzini finirono sotto quel tram sentì la gamba tornare più salda che mai, e un’ondata di forza investirlo.
…Quindi, apparentemente, i bambini valevano di più.
Facilier sorrise e si sistemò il ciclindro, prima di alzarsi facendo leva sul bastone da passeggio e dirigersi all’orfanotrofio.

Facilier conosceva la viziatissima La Bouff, dicevamo.
Certo era che anche Lottie conosceva il malviagissimo Uomo Ombra, fomentata nel proprio odio dai racconti di Naveen e Tiana. Non che prima gli stesse esattamente simpatico. Non era mai stato il suo invitato ideale per un tè danzante, diciamo; averne conferma dalla sua migliore amica e da quello che per estensione era diventato il suo migliore amico – la proprietà transitiva dei matrimoni, la chiamava – era stata solo la ciliegina sulla torta.
A proposito della quale, non vedeva l’ora di mangiarne.
La torta a tre piani sobbalzava sotto i suoi passetti frettolosi, mentre percorreva ancheggiando il lungo corridoio della Casa per Giovani Fanciulle della Signorina Magee; poteva sentire le bambine esultare nello stanzone, in estatica attesa della torta di compleanno. Le piaceva fare beneficienza: aver baciato – ripetutamente – quel ranocchio le aveva aperto gli occhi. Il mondo era pieno di deliziose ranocchiette che attendevano solo un suo bacio per trasformarsi in altrettanto deliziose principessine ed essere liberate dalla palude stagnante dove vivevano per nuotare nel vasto oceano blu. Sempre che le rane potessero vivere nell’acqua salata. E che le ranocchiette trasformate in principessine sapessero nuotare.
Sentiva qualche risatina scoppiettare più forte delle altre, e da lontano sembrava il crepitare di un fuoco: l’improvviso scoppio acuto di qualche bambina più vivace delle altre assorbito subito dopo dal brusio di tutte le altre, come tante piccole apette che svolazzavano di fiore in fiore facendosi i dispetti. Lottie si soffermò qualche istante a chiedersi come si facessero i dispetti le api – magari prendendosi a pallate di polline? Fare a palle di neve le era sempre, piaciuto, da piccola – e decise di scrollare via quella domanda in favore di un “La torta!” gorgheggiato a pieni polmoni. Entrò di sedere nella sala, e quando si voltò il sontuoso capolavoro dolciario sfornato dalle sante manine di Tiana crollò al pavimento. Sulle sue scarpe nuove di zecca, per inciso.
Facilier era là.
L’Uomo Ombra, in tutta la sua spropositata altezza, seduto a gambe incorciate nel mezzo di un cerchio composto da bambine che si scioglievano in risatine conquistate ogni qualvolta l’uomo riusciva a indovinare la carta giusta dal mazzo, materializzava un soldino dietro qualche orecchio o porgeva batuffolosi coniglietti materializzati chissà come, chissà quando. E a ognuna di loro rivolgeva un sorriso che Lottie non sapeva come descrivere se non lascivo, e un buffetto sulle guanciotte paffute di una, una carezza sulla spalla ossuta di un’altra, un pizzicotto delicato sul fianco di una terza bambina.
Cinque, quattro, tre…
“La torta!” Fece eco Facilier, sogghignando platealmente al monte di pan di spagna e marmellata schiantato ai piedi – e sui piedi – di Charlotte La Bouff. “Bambine, chi di voi vorrebbe imitare un maialino e andare a mangiarne un po’?” propose con aria fin troppo divertita, riscuotendo all’istante un coro di ‘ew’ divertiti e disgustati insieme. “Potrei farvi venire il codino a molla!”
Lottie era orripilata. Lo guardava ridere e scherzare con quelle creaturine innocenti e da un momento all’altro si aspettava di vedere il pavimento aprirsi con uno squarcio sotto i loro piedi e di trovarsi risucchiata nelle viscere più profonde della terra e dell’inferno; quando, dopo dieci minuti di attonito silenzio, capì che non sarebbe successo, trovò naturale arretrare fino ad appoggiarsi al muro. “Bambine,” le richiamò con voce secca, il tono duro, “venite qua.”
Era una legge non scritta che ‘venite qua’ implicitamente significasse ‘interrompete subito quello che state facendo’, e diverse bimbe si esibirono in smorfiette sofferenti e dispiaciute che avrebbero potuto commuovere un sasso, figurarsi Lottie. Charlotte si sentì morire quando vide le sue ranocchiette così afflitte, ma si convinse che era meglio così. Un’occhiata all’Uomo Ombra, un brivido lungo la schiena, e ne ebbe la certezza.
“Andate bambine, andate.” Concesse dopo qualche istante Facilier, non prima di aver aggiustato con movimenti gentili e delicati le treccine bionde di una bambina – una – tanto piccola e magra che i suoi occhioni celesti la facevano sembrare davvero una piccola raganella.
Lottie non si sentì mai così tanto oltraggiata come quando vide le piccole traditrici obbedire più volentieri a Facilier, un uomo che sarebbe stato in grado di lasciarle morire di sete pur di farsi un bagno caldo con l’ultimo gallone d’acqua disponibile in tutto il pianeta, che non a lei. Lei! Portatrice di torte e bignè e bambole! Piccole traditrici in codine e calzettoni di spugna!
“In cortile, su.” Disse con tono asciutto al piccolo corteo, e solo quando se ne furono andate prese coscienza della posizione di Facilier nel mondo in generale, e nella stanza in particolare. Le incombeva sopra, con quegli occhi viola da fare impressione e un sorriso che le faceva accapponare la pelle fino ai capelli, e una mano lunga e ossuta che le si avvicinava sempre più alla guancia e. “Non-” dovette interrompersi, per abbassare il volume a cui stava parlando e perché ad arretrare di scatto si era piantata il pomello della porta su un rene e la cosa non era stata affatto piacevole. “Non toccarmi.”
L’Uomo Ombra aggrottò la fronte e fece un sorriso storto: Tiana era sveglia, ma Charlotte? L’aveva sempre paragonata, nel silenzio della propria scatola cranica, a un cucciolo di chihuahua che aveva preso troppe botte in testa: iperattivo e allo stesso tempo tremendamente scemo.
Eppure in quel momento, a una sola anima dalla propria libertà e dalla ritrovata integrità del proprio corpo, il sospetto che Lottie La Bouff non fosse così idiota come appariva, lo stava cogliendo. “Un po’ di panna.” Sussurrò assestandole una delicatissima ditata alla spallina del vestito celeste che indossava e raccogliendo una particella a dir poco microscopica della torta esplosa. Era caduta a terra, non di certo fatta detonare con delle mine; aspettarsi di trovare tracce di dolce troppo in alto era follia.
…Anche se lo sbuffo di panna sul ciuffo cotonato di Charlotte era a dir poco ridicolo, riflettè leccandosi il polpastrello con aria fin troppo meditabonda. “Ero curioso di sentire come cucina una principessa.”
Lottie non sapeva i dettagli. Non tutti, almeno; sapeva che dietro tutto quel mastodontico casino c’era lui, ma fermati lì. D’altronde nemmeno Tiana sapeva del pupazzetto del signor La Bouff che Facilier avrebbe usato come portaspilli, e questo era un dettaglio di cui tutti quanti dovevano ringraziare; primo su tutti l’Uomo Ombra, che solo in virtù di tale disinformazione non si trovò il naso spezzato in più punti.
Charlotte strinse i pugni e alzò un braccio per indicargli la strada. “Fuori.” Gli intimò in un sibilo.
“Ero venuto per rallegrare un po’ le bambine.”
“Fuori, Facilier.”
“Andiamo, i bambini adorano un buon numero di magia!” Lo schiaffo lo colpì sulle labbra; quel punto dove la pelle è tenera e se va a sbattere contro i denti si crepa e brucia da morire, non importa dalla forza del colpo. Per l’appunto, Lottie non era molto forte. Ma il sangue riempì la bocca di Facilier in un istante, e il sorriso che le rivolse era rosso e a dir poco terrificante. “Attenta, ragazzina.” Lottie lo sentì ringhiare e nonostante tutto riuscì a non arretrare, anche se la tentazione era tanto, tanto forte. Gli occhi gli brillavano di una luce divertita e malvagia, le pupille strette come spilli e le iridi viola che la inchiodavano contro la porta; sentiva le calze bagnarsi di panna e marmellata, i piedi scivolare sotto il pan di spagna e tutto, nel suo corpo, urlava di fuggire più lontano che le fosse riuscito. “Potrei anche offendermi.”
“Hai quasi ucciso Tia.” Rispose di getto, pronta nonostante tutto a dar battaglia.
L’Uomo Ombra fece una smorfietta e deglutì con estrema lentezza, e Charlotte registrò distrattamente quanto risultasse osceno qualsiasi cosa facesse. “Quasi, dolcezza. Quasi.” Ribattè con calma, enfatizzando particolarmente l’ultima parola. Con una mano si era puntato alla porta alle spalle di Lottie, e lei se ne accorse quando le sembrò di sentire l’ombra di Facilier risalirle una gamba. C’era stato un periodo in cui le ombre di Facilier facevano notizia, perfino nei quartieri alti; figure spettrali dotate di vita propria, dicevano. Ma era un trucco, di questo ne erano sicuri tutti. Eppure, guardando bene quell’angolo di pavimento, le sembrò innaturale che la macchia ai piedi di Facilier fosse nera come l’inchiostro, e la sua a malapena grigia; il sole che li illuminava era lo stesso, eppure l’Uomo Ombra sembrava assorbire la luce quasi dovesse nutrirsene. Con la mano libera si massaggiava i polpastrelli con aria assorta, lo sguardo basso. “Tutto passato, adesso. Sono un uomo nuovo. Faccio spettacoli per i bambini!” Concluse indicando la sala ormai vuota alle sue spalle con un cenno del capo. O meglio, del cilindro. Charlotte lo vide sobbalzare e minacciare pericolosamente di cadere al suolo, e non riuscì a trattenere un sorrisino.
Una, una, una…
Qualcosa gli ruggiva nel petto. Era qualcosa di antico e spaventoso, una bramosia che non si sarebbe placata per nessun motivo al mondo se prima non avesse collezionato l’ultima anima. E – lo sapeva – avrebbe iniziato a corroderlo da dentro se non si fosse affrettato a chiudere la faccenda; se solo quella stupida non gli avesse sottratto quelle deliziose anime…
“Allora, principessa,” disse con voce bassa bassa, “che ne dici? Una seconda opportunità per un povero peccatore pentito?” propose, porgendole la mano.
Una. Una. Una!
Charlotte abbassò lo sguardo sulla mano di Facilier, visibilmente rabbonita da quel ‘principessa’ a tradimento. “Pentito?”
“Terribilmente. Non ci dormo la notte.” Confessò. La pelle della mano gli prudeva e il cuore batteva a mille, mentre gli mangiava con gli occhi la pelle candida del collo.
Una sola.
Charlotte sbuffò un risolino – cos’altro avrebbe potuto fare? Tiana le aveva raccontato davvero poco, e quegli occhi viola sembravano genuinamente dispiaciuti – e gli porse la mano.
E quello fu il momento in cui Facilier sentì che tutto stava andando irrimediabilmente in vacca.
Aveva delle mani ridicolmente grandi, riflettè Charlotte mentre lo osservava da sotto in su. Grandi, morbide e calde. Niente che facesse pensare a un malvagio emissario del demonio, per intenderci; Lottie si sarebbe aspettata la stretta viscida e molliccia che aveva sentito quando il falso Naveen l’aveva invitata a ballare, e che si era convinta fosse invece fresca e delicata. Non lo era; era rivoltante, e solo a pensarci sentiva un brivido correrle lungo la schiena. Facilier aveva il tocco leggero di un gatto e Lottie non sapeva esattamente da quanto l’Uomo Ombra le stesse massaggiando col pollice il dorso della mano, ma non le importava minimamente. Sentiva qualcosa di caldo al centro del petto che le lambiva i polmoni rendendole difficile respirare normalmente, e di nuovo le tornò in mente il falso Naveen – non stava sudando come un peccatore in chiesa, il tepore che sentiva era tutto tranne eccessivo o spiacevole.
L’anima non si staccava.
Facilier sapeva solo questo: la maledettissima anima dell’altrettanto maledettissima Lottie La Bouff non si staccava dalla sua odiosa proprietaria. Continuava ad accarezzarle in cerchi piccoli e lenti il dorso della mano, mentre con indice e medio stava risalendole il polso sottile fin sotto la manica del cappottino blu, e ancora non vedeva nessun’ombra dorata sprigionarsi da quel contatto. La fame si era calmata, notò; magari l’anima l’aveva presa davvero.
Si sentiva tranquillo, normale. Non che al raggiungimento della quota si aspettasse cori di angeli o pioggia di coriandoli, siamo onesti. Ma quel nulla era quantomeno scortese, da parte dei suoi amici. Aveva onorato la sua parte dell’accordo, che diamine! Quantomeno una nuvoletta grigiastra che annunciasse la risoluzione di quel particolare rapporto lavorativo sarebbe stata apprezzata!
Che i suoi amici si stessero rimangiando la parola? Fargli fare il lavoro sporco e poi far saltare l’accordo all’ultimo? No. No. Luridi bastardi! Continuava ad accarezzarle la pelle candida e non accadeva nulla; la fame si era placata, ma non c’era nessun bagliore, nessuna scintilla… niente. C’era solo Charlotte La Bouff perplessa, e Facilier che iniziava ad allarmarsi.
Non voleva tornare là sotto. Non di nuovo. Non c’erano fiamme e urla e dannazione, c’era solo buio e freddo, e tanto silenzio da impazzirne.
Risalì con le dita fino al polso della donna, e non accadde nulla. Il vuoto totale, a esclusione di quella morsa calda in cui sentiva costretti i polmoni – ma quella venne liquidata come i propri organi interni che riprendevano a lavorare a pieno regime. Allontanò la mano da quella di Charlotte continuando a massaggiarle porzioni sempre più piccole e sfuggevoli di pelle, e quando si trovò a stringere il vuoto lo sentì di nuovo: il freddo, l’angoscia, la fame.
Charlotte sentì lo stomaco rivoltarsi e fare una strana capriola, all’occhiata che Facilier le rivolse; sembrava volesse mangiarla in un sol boccone. E nel momento in cui provò a scivolare via dalla gabbia improvvisata dalle sue braccia contro la porta, l’Uomo Ombra le mise una mano sulla guancia.
Era qualcosa di idiota, e lo sapeva anche lui: ma aveva deciso che le mani non andavano bene, la pelle evidentemente era troppo spessa, e aggrapparsi a quella speranza era l’unica cosa che gli impediva di dare definitivamente di matto e gli consentiva di continuare a nascondersi dietro il sorriso affabile che lo aveva sempre contraddistinto.
La carezza dell’Uomo Ombra era pesante e delicata al tempo stesso, e Charlotte sentì l’istinto di piegare la testa per assecondare il movimento e guidarlo un po’ più in basso, lungo il collo. Quegli occhi viola la rendevano incoerente, e quel sorriso storto le faceva sentire le ginocchia deboli; e poi era pentito, no? L’aveva detto prima. Un povero peccatore pentito. Non ci dormiva la notte. Pentito. Tia ne sarebbe stata felice, Charlotte lo sentiva. Pentito. Facilier era pentito e passava i pomeriggi a fare spettacoli per le orfanelle e le stava accarezzando una guancia. E Charlotte voleva tanto sposare un principe, seppur solo da parte di madre – quella parte del racconto di Naveen le era rimasta particolarmente impressa, ecco.
“Facilier.” Lo richiamò la donna, prima di allungare una mano per guidarlo ad abbassare la sua.
Facilier – per l’appunto – le afferrò la mano senza nemmeno bisogno di seguirne il movimento con gli occhi e accostò le labbra al suo orecchio. “Un momento solo, principessa. Un po’ di pazienza e sarà tutto finito, te lo giuro.” A costo di aprirle la cassa toracica e cercarle l’anima con le sue mani.
Charlotte sospirò e lo lasciò fare, ottenendo in risposta un bacio umido sulla tempia.
Per un momento, Facilier pensò che evidentemente Lottie non doveva essere provvista di anima. Era ovvio: stava facendo quanto era materialmente possibile fare per scollarle di dosso l’ultimo tassello per la propria libertà, e non stava accadendo nulla. Chissà, magari i soldi di Gran Papà avevano qualcosa in comune con i suoi poteri.
Charlotte espirò un rantolo e gli cercò i lembi della giacca a tentoni, sfiorò il bordo inferiore del gilet e quando sentì qualcosa di caldo sotto le dita sgranò gli occhi in maniera a dir poco demenziale. Gli stava sfiorando la pancia. Facilier espirò uno sbuffo divertito e le diede un altro bacio, molto più lento, mentre sentiva il respiro farsi più veloce contro i suoi capelli e trovava semplicemente naturale adattarsi a quel nuovo ritmo. Sentiva i polmoni sempre più compressi e il cuore battere sempre più veloce, e quando fece per appoggiarsi meglio contro la porta il piede le scivolò su una pozzanghera di panna ormai sciolta e si trovò praticamente spalmata sull’Uomo Ombra.
Non che la cosa lo infastidisse, eh.
Quell’improvviso calore che aveva iniziato a sentire – gli organi interni che riprendevano a lavorare, corresse mentalmente – aveva comportato altre reazioni che la vicinanza di Charlotte non faceva che rendere più… urgenti. Facilier sogghignò e abbassò lo sguardo fino a osservare quella sorta di coniglietto spaventato, mentre due semplici parole gli prendevano forma in testa: perché no?
Strinse Lottie con un braccio e la tirò in piedi di peso, comunque ben stretta a lui, e prese parlarle nell’orecchio, lento e basso come sarebbero potute essere le fusa di un gatto. “Tutto bene, principessa? Vuoi che ti porti in un posto più comodo?”
Charlotte non era un’idiota: sapeva esattamente cosa stava accadendo. Il fatto era che stava accadendo tutto a velocità tripla rispetto a quanto non ci si aspetterebbe, e quegli occhi viola le facevano sentire sempre più caldo; niente tepore confortante, no. Afa. Senso di soffocamento. Qualcosa che solo togliere quanta più stoffa possibile avrebbe potuto curare. Aveva il cervello grossomodo spento, seppur si manteneva consapevole di quanto fosse disdicevole e contemporaneamente elettrizzante tutto quello. Perfino la mano con cui Facilier le sorreggeva la schiena le stava dando problemi: sentiva i polpastrelli premerle con delicatezza lungo la spina dorsale, in un massaggio che aveva il potere di risultare rilassante e allo stesso tempo farle sentire forte forte la tentazione di sciogliersi in risolini acuti. Come solletico, ma che le faceva contemporaneamente arricciare qualsiasi terminazione nervosa possibile e immaginabile. “Sto bene.” Sussurrò guardandolo negli occhi. E le parole della mamma di Tia le rimbombavano in testa, mentre ripercorreva passo passo ogni libro di fiabe le fosse stato letto nel corso della sua infanzia e tutta quella situazione le ricordava il momento in cui finalmente il principe si china sulla principessa e le dà il bacio del vero amore. Sospirò silenziosamente con la bocca semiaperta e l’aria tutt’altro che sveglia, e Facilier fece un sorriso storto che mise in mostra il diastema: per la prima volta, Charlotte notò un difetto che non solo non le dava fastidio, ma anzi, le risultava simpatico. Quasi. Di sicuro, pensare di voler sentire com’era passarci la lingua sopra era indice di non-antipatia.
Ribadiamo che non era un’idiota: e se le era partito un disco rotto di baci-del-vero-amore in testa, era allo stesso tempo ben consapevole che la situazione era tutto, tranne che analoga. Ma Facilier era affascinante, e la teneva stretta, e profumava di liquirizia e – perfino lei si sentì ridicola nel pensarlo – vento. E poi la baciò.
Charlotte sgranò gli occhi di  fronte a quello che, di fatto, più che un bacio era un assalto: Facilier l’aveva spinta di peso contro la porta, sollevandola con una facilità imbarazzante per non doversi chinare di mezzo metro o giù di lì – sa il cielo quanto fosse bassa, e per conto suo l’Uomo Ombra aveva smesso di alzare la testa per guardare la gente al compimento dei dodici anni di età – e le stava grossomodo sbranando la bocca senza troppa grazia. Rimase per un attimo con lo sguardo fisso nel vuoto, mentre si sentiva mordere le labbra e stringere i fianchi con quelle mani enormi, e quando sentì distintamente qualcosa scivolarle lungo la gamba, sotto la gonna e lungo le cosce, esalò un ansito e si rilassò del tutto tra le sue braccia.
Gli aveva messo le mani sulle spalle e calcava la stretta solo di quando in quando, ogni qualvolta Facilier faceva qualcosa di nuovo e incredibilmente piacevole con la lingua o le massaggiava un fianco fino a risalire al seno. Ed era surreale, ma era come se sentisse qualcos’altro accarezzarla. Come se ci fossero altre mani, ma queste le stessero scorrendo lungo le gambe; come se ci fosse un’altra bocca, ma che le stava baciando la pancia. Non sapeva esattamente quando, ma appena realizzò di avergli stretto le gambe attorno ai fianchi si trovò a dare in un singhiozzo sorpreso e tornare presente a sé stessa nell’arco di pochi secondi.
Guardò Facilier e per un istante si chiese se si era ricordata o meno di sentire che effetto faceva il diastema sotto la lingua; nel dubbio, perdere qualche secondo in più per rimediare alla mancanza non le sembrava troppo grave. “Mettimi giù.” Si impose di dire nonostante tutto.
L’Uomo Ombra teneva lo sguardo basso, ipnotizzato dal movimento frenetico del seno di Charlotte che si alzava e abbassava a ogni ansito della proprietaria. Non solo non le rispose, ma Lottie avrebbe potuto giurare di sentire una mano scivolarle fino all’orlo delle calze, un dito infilato tra una delle bretelline del reggicalze e la pelle nuda.
“Facilier…” lo richiamò con la voce meno tremante che le riuscì, “mettimi giù adesso.”
Facilier la guardò fisso negli occhi per diversi istanti. In silenzio, senza mollare la presa sui suoi fianchi – e quelle mani che sentiva sulla pelle nuda? Di chi erano? – e senza una parola né abbassare lo sguardo si chinò fino a leccarla all’altezza del seno, calcando forte con la lingua in corrispondenza di un capezzolo. Charlotte singhiozzò più forte e rimase gelata sul posto a osservare quell’uomo tanto osceno quanto spaventoso che le inumidiva la stoffa fino al reggiseno, e la faceva rabbrividire ogni qualvolta le soffiava sulla pelle aria bollente.
Fu quello il momento in cui allentò la presa su di lei, pronto a farla scivolare a terra, e Charlotte gli strinse le gambe attorno ai fianchi in una morsa ferrea.
Facilier sorrise trionfante senza nemmeno disturbarsi a dissimulare quanto la considerasse una vittoria, e quando Lottie gli diede un leggerissimo schiaffetto sulla nuca sentì la giarrettella del reggicalze tendersi sotto quel dito invisibile e tornarle sulla pelle con un piccolissimo schiocco.
Diede in un versetto acuto e improvviso, e Facilier stava ridendo, sentiva il sorriso premerle sulla pelle del collo mentre si allontanava dalla porta e si dirigeva ad ampie falcate verso il tavolo dove in teoria avrebbe dovuto mettere la defunta torta di Tia.
Le morse la pelle morbida e Charlotte diede in un singhiozzo sottile e sorprendentemente discreto, visto il soggetto. Facilier non sapeva di preciso quando aveva avuto modo di immaginarsela in simili frangenti, ma aveva sempre dato Lottie La Bouff come l’essere umano più chiassoso del globo terracqueo.
Si tornava al chihuahua scemo; Facilier non aveva problemi a immaginare gemiti e singhiozzi tanto acuti da ferirgli le orecchie, ma questo? Charlotte lo guardava da sotto in su con le guance arrossate dall’imbarazzo e dall’eccitazione e all’Uomo Ombra sembrava una mela particolarmente appetitosa in cui affondare i denti, e dalle labbra socchiuse e già più gonfie dai baci uscivano ansiti sottili e appena percepibili di cui Facilier si stava letteralmente ubriacando­.
“Non possiamo.” Sussurrò la donna, senza fare materialmente nulla per farlo allontanare. Anzi, a giudicare dalla presa delle caviglie dietro le sue ginocchia, Facilier si rese conto che anche volendo non gli sarebbe riuscito di arretrare. Charlotte rabbrividì al sorriso che le rivolse l’Uomo Ombra, e il cuore le mancò un battito quando le sembrò di sentire qualcosa premerle nell’interno coscia, per fargliele allargare. “Non qui.” Proseguì, la voce più incerta. Una mano le stava camminando sulla pelle, e quando tornò dov’era prima Charlotte sentì di nuovo la bretellina del reggicalze venirle allontanata dalla pelle e, come un elastico, schioccarle di nuovo addosso mentre ritornava in posizione. Il gemito che le uscì era quanto di più languido e osceno avesse mai sentito Facilier in tutta la sua vita.
“Possiamo, possiamo…” Le sussurrò all’orecchio l’uomo, mentre la faceva sdraiare sul tavolo e le sollevava la gonna fino alla pancia. Lottie rovesciò la testa all’indietro, per lasciargli maggiore spazio sul proprio collo, e a occhi chiusi gli posò le mani sulle spalle e lasciò scivolare via la giacca. E in quel momento, totalmente rapita dalle sensazioni che stava provando, si rese conto che la percezione che aveva era di avere quattro mani addosso. Sgranò gli occhi di scatto e provò a rialzarsi, ma era come se una di quelle mani invisibili la stesse tenendo sdraiata sul tavolo, mentre l’altra le scostava del poco necessario la stoffa delle mutandine e.
Charlotte diede in un singhiozzo improvviso mentre sentiva qualcosa di incredibilmente viscido e caldo scivolarle sulla pelle. Qualcosa che, se non avesse avuto le labbra di Facilier ben strette sul lobo dell’orecchio, avrebbe potuto giurare essere una lingua.
E anche in quel momento, pur sentendo bene che l’Uomo Ombra le stava baciando tutt’altra parte del corpo, non riusciva a venire a patti con la certezza di avere qualcuno che le stava leccando un punto che – solo a pensarci – la faceva diventare viola dall’imbarazzo.
Teneva gli occhi chiusi e gemeva piano, e Facilier si sentiva il seno di Charlotte premergli contro al petto a ogni ansito che faceva, tanto profondi e violenti da sentirsi quasi spostare, ogni verso debole che gli arrivava direttamente all’inguine in una serie di scariche che erano oltre l’eccitazione, stavano iniziando a diventare dolorose. Portò una mano in basso, a slacciarsi almeno i pantaloni, e Lottie aprì di scatto gli occhi. “Cosa stai facendo?” Facilier abbassò lo sguardo al proprio inguine e l’occhiata che rivolse alle gambe aperte di Charlotte era tanto pesante che la donna si sentì quasi toccare – come se già la lingua fantasma di prima non fosse stata sufficiente a farla allarmare – tanto da avere la tentazione di chiudere le cosce di scatto.
Facilier continuava a guardarla con un sopracciglio inarcato e Charlotte sentiva qualcosa strisciarle sulla pelle, impalpabile e caldo come un drappo di velluto, incorporeo come—
“Mi metto più comodo.”
Un’ombra.
Lo scatto che fece all’indietro aveva del surreale.
Cosa.
Charlotte continuava a guardarlo senza accennare a volersi spiegare né a voler tornare dov’era – ed era un posticino tanto comodo, e Facilier era più che sicuro che con calma sarebbero arrivati a sondare anche altri posticini molto comodi e confortevoli – con gli occhi sgranati e una mano tremante con cui lo indicava. “Tu… tu… tu…” Diceva con voce stridula e acuta, improvvisamente più simile all’immagine mentale che aveva sempre avuto di lei, che non alla versione reale con cui aveva interagito fino a quel momento.
“Io. Cosa.” Ripeté l’uomo, decisamente spazientito da quel teatrino.
Charlotte deglutì a vuoto e indicò un punto più in basso rispetto al viso di Facilier, sul bordo del tavolo dove il sole del tramonto stava disegnando contorni sempre più scuri e allungati. “La tua ombra.”
Qualcosa gli illuminò lo sguardo. Erano mesi che non ne aveva più il controllo, ormai troppo abituato alla sua noiosissima normalità da rendersi conto che qualcosa, evidentemente, doveva essere cambiato. Facilier sorrise e mosse le dita della mano destra mentre, con la sinistra, si allungava ad accarezzarle una caviglia. “La mia ombra?” Le imboccò le parole, mentre l’ombra le risaliva le gambe e le si infilava sotto la stoffa.
Charlotte inarcò di scatto la schiena e ritrasse la pancia, come a sfuggire a una carezza spiacevole, ma pochi istanti dopo si era già rilassata di più sul tavolo; quella cosa, qualsiasi cosa essa fosse, era calda, e morbida, e le accarezzava la pelle come un soffio di vento e la faceva rabbrividire oltre misura.
“Cos’è?” Chiese dopo qualche istante, la voce incerta e gli occhi ormai socchiusi, la testa rovesciata sul ripiano mentre decideva di smettere di pensare e si lasciava scostare i vestiti da qualcosa che forse, forse, avrebbe dovuto spaventarla e non eccitarla in quel modo.
Facilier sorrise e si sporse a baciarle un ginocchio, mentre le calze le venivano abbassate da mani invisibili e sfilate con estrema lentezza. “Niente di cui spaventarti, principessa.” Sussurrò mentre le risaliva a baci la pelle e, saltato il vestito, andava a baciarle il collo. “Una vecchia amica.”
Charlotte sentì distintamente la vecchia amica tornare dov’era prima che si accorgesse della sua esistenza e diede in un singhiozzo acuto quando si sentì aprire meglio le gambe e qualcosa di lento e delicato scivolarle sul clitoride.
Facilier, per conto suo, era conquistato: non solo aveva ripreso il pieno controllo del proprio corpo, ma aveva ottenuto di nuovo quello sulla sua ombra. Per non parlare degli ovvi lati positivi che la situazione comportava: Charlotte gli stava graffiando la schiena con mani sempre più pesanti, e ogni gemito che le sfuggiva lo galvanizzava sempre di più; non riuscì a reprimere un sorriso trionfante, mentre la stringeva meglio per i fianchi e la attirava a sé, in modo da poterla penetrare più facilmente.
Charlotte tremava e sentiva caldo. Non aveva molte altre certezze, nella vita: aveva gli occhi chiusi stretti e le gambe le facevano male da quanto le teneva in tensione, mentre spingeva piano i fianchi incontro all’ombra di Facilier – non era il momento di provare a venirne a capo, il fatto che comunque il concetto non le sembrava del tutto folle era indicativo di quanto poco fosse lucida – e trovava semplicemente normale calcare le unghie sulle spalle dell’Uomo Ombra. Avvertiva il piacere salire a ondate, le terminazioni nervose rese elettriche da ogni carezza, e poi sentì scivolarle dentro quello che sembrava a conti fatti un dito ma non lo era – non era nulla, era buio denso, era il sole che spariva sempre più lentamente oltre i palazzi e rendeva i contorni delle cose più indistinti che mai, erano gli occhi viola di Facilier e lo spazio tra i denti che si vedeva quando sorrideva – e diede in un singhiozzo più forte degli altri mentre negli occhi le esplodeva luce bianca e sentiva qualcosa stringerle il ventre in una morsa intensa come mai l’aveva sentita prima di quel momento.
Respirava a fatica, e il fiato usciva in rantoli sottili mentre si sforzava di tenere gli occhi aperti con scarsissimi risultati.
Facilier sorrise più apertamente e la abbracciò in quella che sembrava una stretta quasi – quasi­ – affettuosa prima di baciarle morbidamente una guancia fino a scendere alla bocca e abbassare di nuovo una mano ad armeggiare con i propri calzoni.
Charlotte lo guardava da sotto le ciglia e finalmente sorrise. Era qualcosa di piccolo e a malapena percepibile, un niente in confronto ai sorrisoni che di norma elargiva al mondo, ma a Facilier bastò per dare in una risata bassa bassa, soddisfatto di sé.
La fibbia della cinta tintinnava contro il bordo del tavolo di legno a ogni spinta, e Charlotte gemeva con voce a malapena udibile ogni volta che Facilier si ritraeva a sufficienza dalle sue labbra. Le massaggiava una coscia con una mano e con l’altra le teneva il collo, un pollice sotto il mento per farglielo tenere alzato e avere quindi più pelle a disposizione da mordere e leccare. Lottie non ci faceva più caso, ma sapeva di avere un altro paio di mani che le accarezzava il seno e, ogni tanto, le sembrava di sentire un paio di labbra chiudersi su un capezzolo nonostante la barriera di stoffa data dai vestiti che ancora indossava. Facilier le ansimava sulla pelle e, ogni qualvolta Charlotte gli leccava il lobo dell’orecchio, si trovava a ringhiare senza nemmeno rendersene conto. Le spingeva veloce contro, più che lieto che la principessa non fosse illibata come per un istante aveva temuto – le cose non erano mai piacevoli con le ragazze inesperte, era tutto scomodo e doloroso e grazie, Facilier ne aveva a sufficienza per una vita intera, di cose scomode e spiacevoli – e calcarle le dita nelle cosce era semplicemente stupendo, la pelle di Charlotte era morbida e setosa e avrebbe affondato i denti in ogni centimetro del suo corpo, se solo avesse avuto più tempo per farlo.
E poi sentirono dei passi lungo il corridoio.
Lottie fu la prima a rendersene conto: sgranò gli occhi di scatto e diede uno spintone a Facilier che, se non per l’effettiva forza fisica, lo fece arretrare dalla sorpresa. “Cosa?” Chiese in un sussurro, guardandola sconvolto e frustrato. Charlotte abbassò lo sguardo al suo inguine e dovette imporsi di guardare altrove.
“Arriva qualcuno.”
Facilier ringhiò di nuovo, ma quello era un suono molto più pronunciato e iroso di prima. “Fregatene.” Le disse all’orecchio, tornando esattamente dov’era fino a pochi istanti prima. Charlotte provò a spingerlo di nuovo via, ma con scarsissimi risultati.
Lo guardava da dal basso con gli occhi celesti sgranati, mentre sentiva qualcosa sfregarle contro e poteva vedere il desiderio appannare lo sguardo dell’Uomo Ombra. “Facilier, allontanati.” Gli intimò con voce che, nonostante tutto, minacciava di tremare un po’.
Facilier le diede un morso tutt’altro che amichevole alla spalla e rimase dov’era. Charlotte sentì il panico salirle sempre più alla testa, e quando la porta si aprì sullo stanzone rimase sconvolta nel sentire che il primo urlo della signorina Magee era diretto alla torta.
Il secondo era diretto a loro due, ovvio.
“Charlotte!” la richiamò in uno squittio la donna, andandole incontro ad ampie falcate. “Oh povera Charlotte, come stai? Sei caduta? Ti sei fatta male?”
Ora, Charlotte non era scema. Ma iniziava a sentircisi, alla luce del fatto che nel trovarla con uno sconosciuto ben stretto tra le cosce il primo pensiero era comunque rivolto all’incidente della torta.
Fu abbassando lo sguardo che Lottie capì. Qualcosa – qualcuno – le aveva rimesso i vestiti esattamente dove sarebbero dovuti essere.
E di Facilier, rifletté guardandosi attorno, non più c’era traccia.

Fuori dall’istituto l’Uomo Ombra si riaggiustava la giacca e finiva di riabbottonarsi il gilet. Il cielo ormai era viola, la sera calava sempre più velocemente sui palazzi e sui vicoli e sentiva di nuovo la fame.
Scosse la testa mentre sistemava il cilindro sulla nuca e si guardava attorno; era pieno di sconosciuti da cui collezionare l’ultima anima, ma dentro di sé sentiva fin troppo bene che non avrebbe funzionato.
D’altronde, si disse incamminandosi verso il suo vecchio negozio, Charlotte La Bouff sarebbe stata di nuovo là l’indomani pomeriggio.

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